Ho visto la morte avere paura

Il 16 ottobre del 1943, alle 5.15 del mattino a Roma, 1.024 ebrei più italiani di me venivano strappati dalle loro abitazioni e mandati a morire nei campi di sterminio tedeschi.
Storia di una ladra di libri (trad. G. M. Giughese, illustratore T. White, Frassinelli) di Markus Zusak è l’unico libro che ho avuto il coraggio di leggere su questo argomento.
L’ho letto un paio d’anni fa e subito dopo, schiacciata dal dolore delle parole che questo libro si porta dentro, ho avuto l’esigenza di scrivere qualcosa.
Questa non è una recensione.

Dove ci sono ideali ci sono pareri, dove ci sono i pareri ci sono anche i confronti, i confronti portano alle discussioni, le discussioni cavalcano l’onda del litigio, il litigio sfocia in guerra, la guerra annega nella morte.
La morte.
Chi meglio di lei poteva raccontarci questa storia?
Personalmente, una storia così, avrei voluto ascoltarla solo da lei. Solo pronunciate da lei tutte quelle parole avrebbero avuto un senso, e così è stato.
Me la sono fatta amica, la morte. L’ho guardata negli occhi tante volte mentre con il suo filo di voce mi raccontava questa storia, e in quegli occhi ho visto lampi di terrore.
Ho visto la morte avere paura.
La seconda guerra mondiale l’ho vista sui libri di scuola, e ho visto anche Hitler, i campi di concentramento, gli ebrei, le docce, la fame, la miseria, la paura, la morte.
Sono cose a cui ti preparano, a scuola. Te lo ricordano il 27 Gennaio di ogni anno e poi tutto si ferma lì.
Con la ladra di libri niente si ferma. Tutto resta.
Ho visto un treno fermarsi, un bambino seppellito sotto la neve, e una ragazzina che raccoglieva un libro.
Ho visto occhi d’argento prendersi cura di una bambina come ci si prende cura solo delle cose speciali, fragili.
Ho visto una mamma, con la pelle colore del cartone, sciogliersi nel momento giusto.
Ho ascoltato insulti, mangiato minestre orribili, giocato a pallone, rubato libri.
Ho avuto paura.
Ho visto capelli come piume e capelli color limone.
Li ho amati, quei capelli.
Li ho toccati tante volte, quei capelli, mentre i personaggi della storia continuavano la loro vita fra le pagine del libro. Uno rinchiuso in cantina, a rubare squarci di cielo. L’altro col volto dipinto di nero a correre nel vento.
Ho visto la guerra, ho respirato la polvere e percepito il suo sapore sulla lingua impastata.
Ho pianto.
Svegliati Jesse Owens.
Questo è un libro che non può non essere letto. Non può non lasciarti niente.
A me resta tutto, e più di tutto, resta il suono di una fisarmonica – che respira – nell’aria e un paio d’occhi argento che mi guardano sorridendo.

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